L'Evoluzione della Guarigione – 2° Parte

Aggiornamento: mag 17



Epoca Paleo-Indiana

I 7 Santi Rishi impartirono dunque una dottrina esoterica la quale era volta ad unire l’uomo al fondamento divino-spirituale della Natura: “yoga” significa “unione”, ovvero religione che riconduce l’essere umano al fondamento della creazione, oltre la Maya della tenebra della materia. Ogni asana permetteva di unire il corpo eterico dell’uomo all’eterico dei membri dei Regni della Natura, minerali, vegetali e animali, così che gli antichi indiani potevano percepire ancora una volta l’eco della Parola-Spirito del Verbo nell’eterico della Terra che chiamavano Vishva Karman, “Il Creatore di Tutto”. La Parola-Spirito letteralmente riecheggiava nel corpo eterico dell’antico indiano, e questo stato è ancora possibile sperimentarlo, sebbene in forma retrograda, nel momento in cui assumendo la forma simbolica di un’asana si “resta nella forma”, sperimentando, successivamente alla sua cancellazione, le forze formatrici eteriche da cui questa stessa originariamente scaturì in prima istanza, cioè la Parola-Spirito che creò la forma attraverso le Gerarchie, ed in particolare l’indiano la percepiva attraverso gli Archai che nell’Epoca Paleo-Indiana erano le guide dell’umanità. I centri dei Misteri erano allora in connessione con i corpi eterici dei 7 Santi Rishi che dal luogo occulto posto sul piano eterico, Agartha, irradiavano sull’umanità in via di formazione.


Questa, come si può capire, è una forma esteriorizzata della pratica meditativa immaginativa della scienza dello spirito, in cui si deve prima formare e fissare innanzi all’occhio interiore un’immagine che dovrà poi essere cancellata, sperimentandone così le forze formatrici eteriche che l’hanno prodotta prima che questa discendesse nella realtà duale. Dove l’antico indiano sperimentava il fluire dell’eterico in un “movimento vivente”, oggi possiamo sperimentare il fluire dei pensieri originari nel “pensare vivente”. L’antico indiano sperimentava la malattia come un gelo che si impossessava del suo corpo eterico, rendendolo più denso di quanto non fosse necessario, proprio come una ripetizione di una piccola catastrofe Atlantidea entro se stesso, sentiva che l’eterico andava in un eccesso di cristallizzazione. Fu la pratica dello yoga nel corso dei millenni che permise di fortificare, sviluppare e stabilizzare il corpo eterico con le sue correnti entro il corpo fisico, permettendo dunque che l’essere umano potesse essere dotato di un corpo fisico pervaso da forze vitali. La missione del completare lo sviluppo del corpo eterico corrisponde allo sviluppo biografico del 2° settennio biografico e pose le basi per lo sviluppo del corpo astrale nella successiva epoca di cultura.

Epoca Paleo-Persiana

La guarigione nell’epoca Paleo-Persiana è strettamente connessa al fatto che sorse nell’uomo la percezione duale del mondo. Se da un lato lo yoga aveva connesso l’uomo al principio spirituale oltre la materia, dall’altro vi era una crescente diffidenza per la terra. L’uomo dunque percepiva il cielo, con la sua circolarità, quale rappresentante del mondo della luce e dunque dello spirito buono; mentre la terra, con la sua squadratura, il rappresentante del mondo della tenebra e dunque dello spirito malvagio. Questa contrapposizione divenne dottrina in Zarathustra il quale rivelò dell’esistenza di Ahura Mazdao o Ormazd e Angra Manyu o Ahriman. Zarathustra dunque porta il messaggio del Cristo quale spirito della luce, gemello di Ahriman lo spirito della tenebra. Se da un lato questa dottrina rimandava ad un apparente dualismo, dall’altro presuppone l’esistenza di un terzo principio da cui sia Ormazd che Ahriman derivavano per polarizzazione: Zeruana Akarana, l’Eternità. Dunque la dottrina di Zarathustra non era affatto dualista, in quanto presupponeva la mediazione dei due principi contrapposti, come uno necessario all’altro finché la tenebra non fosse riassorbita nuovamente nella luce da cui derivava. Zarathustra raccoglieva l’impulso del Sole Spirituale dato da Melchizedek: così i raggi di Sole, penetrando nell’oscurità della Terra, poteva dare origine alla vita, ma per fare ciò era necessario lasciare un solco sulla Terra, egli tracciò dunque in terra un solco con la lama di una spada in cui vennero sepolti i primi semi coltivati.


La malattia dell’antico persiano era una tenebra che si impossessava del corpo astrale, il luogo dove ancora veniva percepito l’irraggiare dello spirito che unisce l’uomo al cielo. Mentre normalmente veniva percepito che l’originaria patria dell’anima umana era il cielo, il malato allora dimenticava la sua origine. La guarigione dunque era allora legata al fatto che la luce doveva illuminare il principio tenebroso che aveva invaso i sentimenti dell’anima umana: per questo nei templi del culto di Ormazd, vi era un fuoco che mai si spegneva, continuamente irradiando luce illuminando l’oscurità. All’epoca esistevano ancora i Re Sacerdoti, che riunivano in un’unica anima il potere sacerdotale e temporale, quali venivano illuminati per mezzo dell’iniziazione nei Misteri, sotto l’egida degli Arcangeli, che erano allora le guide dell’umanità. L’oscurità sarebbe stata un giorno nuovamente riassorbita nella luce, tornando all’eternità, e questo sarebbe avvenuto nell’epoca di cultura speculare, la 6° epoca di cultura in cui l’impulso manicheo permetterà di redimere gli spiriti delle tenebre. L’essere umano allora provava malattia nel momento in cui percepiva il corpo freddo e oscuro, e che per guarire doveva essere esposto ai benefici raggi del Sole esteriore o del fuoco dei templi di Ormazd: la luce e il fuoco scaldavano e attivavano i semi di stelle che giacevano nel terreno dell’anima, le stelle tornavano nuovamente a brillare nel tessuto del corpo astrale nuovamente constatando il nesso tra uomo e stelle.

Epoca Egizio-Caldaica

In questa terza epoca, l’essere umano era passato sotto la guida degli Angeli. L’uomo per la prima volta poteva guardare non tanto dentro se stesso, quanto piuttosto al cielo stellato e sentire una profonda risonanza tra la legge morale e la legge cosmica. L’anima veniva percepita come immagine del cielo stellato, così come esisteva una legge entro la volta celeste, così esisteva entro l’anima umana. Dunque lo stato di malattia veniva percepito come lo stato di contravvenzione delle leggi cosmiche. All’epoca i Misteri erano celebrati da una casta sacerdotale e da una regale, ovvero i sacerdoti del culto degli dei e del faraone, il quale era invariabilmente iniziato nei Misteri. Il faraone era il portatore dell’Io per tutto il suo popolo, per primo sperimentava una condizione individuale e al contempo faceva da perno al fluire dell’anima di gruppo del popolo a cui apparteneva. I sacerdoti del culto degli dei permettevano di mediare pensieri, sentimenti e volontà dell’uomo, che allora si presentavano ancora dall’esterno, tra il cosmo e l’anima umana. I caldei furono i primi a sistematizzare la saggezza delle stelle, l’astrologia, la quale era volta a mantenere il nesso tra cosmo e uomo. Ermete, che ereditò il corpo astrale da Zarathustra, fu la guida del popolo egizio, coltivando nelle sedi dei Misteri i segreti della guarigione.

Gli dei più antichi, legati alla natura, vennero progressivamente sostituiti dagli dei più interiori, i quali vivevano al contempo nella volta celeste: Amon per esempio, che rappresentava la generazione sotto forma del fuoco dell’ariete, venne sostituito dalla coppia Iside ed Osiride, i quali rappresentavano non solo Anima e Spirito, ma anche Luna e Sole e Sofia e Cristo. Quando il nesso tra gli dei, che giungevano dall’esterno e l’anima dell’uomo, che accoglieva gli impulsi di pensiero, sentimento e volontà, veniva interrotto, allora l’uomo della terza epoca si ammalava. La malattia era una distanza percepita nell’anima tra l’uomo e gli dei che albergavano la natura e le stelle, svuotando così l’anima della presenza degli dei. L’anima umana diveniva dunque un luogo deserto, in cui pensieri, sentimenti e volontà si aggiravano come fugaci fantasmi, senza possibilità alcuna di ritrovare la via verso le stelle da cui promanavano. Il sacerdote dunque, alla presenza del faraone, permetteva all’anima del malato di porsi in connessione con l’Io che ancora non aveva un legame saldo con l’anima senziente.

Epoca Greco-Romana

L’epoca in cui si evolse l’anima razionale fu scossa da profondi contrasti, un mondo antico influenzato dall’Oriente che andava morendo ed un mondo radicalmente nuovo che andava nascendo in Occidente, con tutta la molteplicità dei suoi nuovi contrasti. Nell’epoca greca la guarigione era rappresentata dalla possibilità di mediare tra coppie di opposti: alto e basso, destra e sinistra, dentro e fuori, spirito e materia. L’intreccio di tutte queste coppie di opposti era il Caduceo di Mercurio, che portava a unione intorno alla connessione tra il divino, che stava eclissandosi alla percezione chiaroveggente atavica, e l’Io individuale, che stava invece albeggiando nel pensiero razionale. Mercurio era dunque il dio della guarigione che manteneva la sua continuità con l’Hermes egizio: questa guarigione non poteva che essere al contempo spirituale e fisica, rappresentata dai due serpenti intrecciati, simbolo uno dell’incarnarsi nella materia (dall’Antico Saturno alla Terra-Marte) e l’altro del ritorno allo spirito (dalla Terra-Mercurio al Futuro Vulcano). Il globo alato in cima alla staffa rappresentava l’Io che discendeva nell’uomo a metà tra la metamorfosi della Terra, tra Marte e il successivo Mercurio. Non era invece lo stesso per il dio Asclepio, il quale recava infatti una staffa priva di globo alato con attorcigliato un solo serpente: rappresentava la guarigione solo a livello fisico, quella che sarebbe prevalsa nell’epoca Romana, quando la decadenza degli Antichi Misteri si rese sostanzialmente totale e ancora di più in quella successiva Europea, con la nascita della medicina materialistica.


I sacerdoti dei Misteri erano teurghi, iniziati alla magia divina, che permetteva loro da un lato di innalzare il teurgo ad altezze divine, e dall’altro di infondere lo spirito del dio in un simulacro, una statua che veniva posta nel Sancta Sanctorum del Tempio. L’atto finale del rituale teurgico consisteva nell’incastonare pietre preziose negli occhi del simulacro divino, così che gli dei potessero vedere l’uomo. Infatti le pietre preziose sono gli organi di senso delle gerarchie, in particolare possono essere considerati come gli occhi degli angeli. Il Tempio era allora la casa dove il dio stesso prendeva dimora e che da quel momento abitava l’edificio, sia che vi fosse l’uomo che no.


L’antico greco percepiva la malattia come malformazione, ovvero la bruttezza, la mancanza di simmetria, provocava uno stato di revulsione nell’anima greca, la quale