La Grande Opera dell’Alchimia

Aggiornamento: gen 21


E21AA2D0-B3A4-42EB-B6A3-FDD7151FEDD6_1_201_a

Hilma af Klint


La Grande Opera, la “trasmutazione dei metalli vili in oro”. Questo è il nome specifico che gli alchimisti diedero al processo grandioso di trasmutazione dell’interiorità dell’essere umano propria di ogni scienza spirituale, la quale è la sola fonte dell’iniziazione. La peculiarità dell’alchimia rispetto ad altre vie è che tale processo iniziatico avveniva per mezzo di esperimenti di laboratorio, le trasmutazioni alchemiche, le quali avevano contemporaneamente un aspetto esteriore, in forma di reazione chimica, ed un aspetto interiore, di trasformazione dell’anima umana. Lo scopo della Grande Opera era da un lato separare l’anima umana dalla prigionia del corpo fisico riempito di materia, e dall’altro congiungerla in uno sposalizio spirituale, le “nozze chimiche”, con lo spirito.


Corpo, anima e spirito: l’uomo è dunque tripartito essendo egli ad immagine e somiglianza del creatore il quale in tutte le tradizioni più antiche dell’umanità presenta tre aspetti. Tali aspetti sono noti nel cristianesimo come: Padre, Figlio e Spirito Santo. Ci riferiremo a questa nomenclatura poiché parte della traduzione occidentale: lo Spirito Santo è l’intelligenza creatrice, come indica il suo stesso nome è la fonte della parte più elevata dell’uomo, la quale gli dona l’auto-coscienza individuale, lo spirito, il quale è capace di donare la forma. Il Figlio è la vita, la fonte della parte mediana dell’uomo, che intesse tra l’alto ed il basso, donando la capacità di sentire e compartecipare di tutta l’esistenza al di là delle differenze esteriori, l’anima, la vive nei processi del tempo. Il Padre quale origine della creazione, infine, è la fonte del corpo, alla parte che conferisce all’uomo l’esistenza nello spazio.


Gli esperimenti avvenivano per mezzo dell’Athanor, “il Senza Morte”, un forno che rappresentava esteriormente lo spazio esteriore della loro anima. Gli esperimenti così condotti erano profondissime esperienze spirituali che permettevano al Rosacroce di divenire compartecipe della realtà dei mondi spirituali, dell’attività delle gerarchie angeliche nonché di percepire l’individualità spirituale incarnata nell’uomo. Tale attività occulta dei Rosacroce viene così descritta nelle parole di Rudolf Steiner:

In realtà, su questo lavoro interiore, nulla è mai stato scritto, e ciò che ne venne scritto, fu sempre da parte di gente che, ignorando la vera condizione delle cose, considerava i fenomeni esteriori come fine a sé stessi. Solo un falso alchimista considerava il valore nella materia ottenuta e nella sua utilizzazione. Un vero alchimista non considerava per nulla la materia che otteneva mediante il processo, ma soltanto il processo stesso e le esperienze che gliene derivavano. La contemplazione del processo e le esperienze interiori, intellettuali e morali, erano l’importante, per lui. Per questo era per tutti loro una legge severa di non vendere mai per denaro, ma solo di regalare le materie ottenute. L’uomo di oggi non ha nemmeno una giusta idea di ciò che si possa sentire davanti a simili fenomeni naturali. Il teosofo medioevale sperimentava un intero dramma dell’anima, mentre otteneva così un metallo nel suo laboratorio. Dal processo che occorreva, per esempio, per ottenere l’antimonio provenivano all’alchimista sperimentatore, delle enormi esperienze morali E queste cose dovevano precedere l’attuale investigazione scientifica. Era una scienza naturale sacra, quella che veniva così perseguita dagli esperti.

È dunque necessario fare una distinzione: dove nell’antichità si praticava l’alchimia di laboratorio, esistevano due principali approcci alla pratica operativa. Vi era chi praticava l’alchimia al solo scopo di produrre l’oro metallico, e coloro che invece pur impiegando le stesse identiche operazioni alchemiche sapevano bene che la produzione dell’oro metallico non è che un sottoprodotto del processo di produzione dell’oro filosofico. Ecco, nella storia possiamo dunque distinguere i falsi alchimisti ed i veri. I falsi alchimisti erano i cosiddetti Soffiatori, che cercavano di fare l’oro fisico per sfruttarlo ai fini di accrescere la propria ricchezza, ingraziandosi i potenti e regnanti, sempre dipendenti dalle altrui debolezze. Mentre i veri alchimisti erano i Rosacroce, coloro che praticando l’alchimia spirituale insieme a quella fisica, infondono nelle loro operazioni di laboratorio infondono lo Spirito nella materia. I Rosacroce conoscevano bene la massima occulta per cui non esiste operazione spirituale che non abbia effetto nella materia e viceversa non esiste operazione materiale che non abbia effetto spirituale. Ognuno dei loro esperimenti conduceva ad un risultato esteriore che tuttavia non aveva per i Rosacroce alcun valore: l’oro metallico così prodotto veniva infatti donato in forma del tutto anonima. In questo i veri alchimisti Rosacroce si distinguevano dai Soffiatori che, profanando il loro athanor, cercavano di accelerare il processo di trasmutazione dei metalli fisici in oro metallico. Questi furono coloro che originarono la “chimica” come forma del tutto esteriore dell’alchimia.


La Grande Opera era composta da una serie di stadi, in numero variabile a seconda della risoluzione con la quale venivano osservati e distinti nelle loro qualità. Tali stadi si articolavano in sentieri di attivazione dei centri dei corpi sottili, i cosiddetti chakra nella nomenclatura orientale, i quali sono veri e propri organi dell’anima. Gli alchimisti Rosacroce vedevano i sette chakra come i sette pianeti, così come nel macrocosmo vi erano 7 pianeti, così nell’uomo vi erano 7 organi tanto nel corpo fisico che nell’anima. Tali chakra sono in parte formati, dalle potenze delle gerarchie angeliche, ed in parte ancora in formazione: gli stadi della Grande Opera corrispondono dunque al risveglio dei chakra, degli organi dell’anima, così che l’alchimista potesse percepire le realtà dei mondi sovrasensibili, del mondo della vita, dell’anima e dello spirito.


Vediamo ora gli stadi principali in cui si compone la Grande Opera:


1. Nigredo, l’opera al nero

In Alchimia la Terra è associata alla Nigredo, lo stato di decomposizione dell’uomo terreno che conduce ad un successiva purificazione degli elementi. È uno stato melanconico profondo, di depressione, l’Oscura Notte dell’Anima, il Segreto del Corvo il quale si ciba di carogne, che pur essendo morte gli donano vita. È l’inizio di ogni percorso spirituale genuino, che comincia con la mortificazione e dissoluzione di tutto ciò che è illusione materiale, separando l’anima dalle brame, istinti ed automatismi del corpo.


In questo stadio viene deposta la falsa immagine dell’Io inferiore, i vizi si decompongono scurendo il guscio che tiene prigioniera l’anima. I sette chakra planetari vengono attraversati nell’ordine in cui si trovano nel sistema occulto dei pianeti, ovvero nel sistema geocentrico:


Saturno – Giove – Marte – Sole – Venere – Mercurio – Luna.


2. Albedo, l’opera al bianco

In Alchimia, l’Acqua rappresenta l’agente purificante, colei che dilava le ceneri della Nigredo e conduce all’Albedo, quando l’anima dilava di tutte le sue scorie. La nuova purezza acquisita dall’anima è il risultato della sofferenza, pone le condizioni affinché l’anima possa ora acquisire una nuova vita all’unisono con lo Spirito. È il Segreto del Cigno, il quale vive la sua vita nella purezza dell’assoluta fedeltà alla compagna e canta una sola volta al momento della sua morte.

In questo stadio l’anima si risveglia a nuova vita, essendosi purificata da tutte le sue componenti corruttibili. Albeggia in lei la nuova vita. Il percorso è una spirale attraverso i sette chakra planetari:


Sole – Venere – Marte – Mercurio – Giove – Luna – Saturno.


3. Citrinitas, l’albeggiare dello spirito

La maturazione dell’albedo conduce ad un ulteriore cambiamento, ovvero dal bianco candore dell’anima si passa ad un suo risplendere di un pallido giallo citrino.


In Alchimia, l’Aria rappresenta l’agente animante le cose, colei che porta l’alba della conoscenza spirituale all’anima purificata nell’Albedo. L’anima dell’alchimista si tinge di giallo man mano che si accresce in saggezza raggiunge così la Citrinitas. La saggezza infatti non è il punto di arrivo, bensì il mezzo per passare alle fasi successive della Grande Opera. Per questo vi è nascosto il Segreto del Pavone: la visione multicolore della coda del pavone annuncia che il sentiero verso lo spirito si è finalmente dispiegato, ma è anche a causa del suo essere variopinto che disorienta coloro che sono alla ricerca di una facile inflazione dell’anima nel mondo astrale.


4. Rubedo, l’opera al rosso

In Alchimia, il Fuoco è il principio di ogni trasmutazione: il calore applicato alle trasmutazioni alchemiche è lento e costante, a differenza di quello violento e brusco delle reazioni chimiche. L’Alchimia in se stessa è modulazione del fuoco della volontà dell’alchimista, in contrasto al calore della chimica che è esplosivo e improvviso. Lo stadio associato al fuoco è la Rubedo, ovvero lo stadio in cui la volontà è capace di compiere il libero sacrificio di se stessa, il Segreto della Fenice, la quale muore e rinasce dalle sue stesse ceneri.


L’anima purificata e compenetrata di saggezza è finalmente in grado di compiere il sacrificio dell’io inferiore (l’ego astrale) e si veste del rosso del sangue di Cristo. L’ego astrale sanguina dalla croce degli elementi dove è stato crocifisso, così che tutte le forze che vivono nell’anima possano finalmente unirsi nel centro, il luogo dove si fa un vuoto capace di unire gli opposti e contrari. Affinché lo spirito si manifesti nell’anima, infatti, essa deve rendersi cava, come un calice pronto ad accogliere la Santa Ostia. Qui i chakra planetari vengono attraversati in una danza che alterna pianeti sottosolari e soprasolari:


Sole – Luna – Marte – Mercurio – Giove – Venere – Saturno


5. Auredo, l’opera all’oro

In Alch